scatti & backstage

La routine è sicura, la routine è tranquillità, la routine è ordine. Possiamo negarlo quanto vogliamo, ma la normalità in certa misura piace a tutti, permette di muoverci all'interno di un orizzonte noto, all'interno di un mondo che conosciamo e siamo in grado di prevedere, un mondo che crediamo incapace di crearci problemi e pensieri.

Non parlo solo di routine nelle azioni quotidiane, ma anche di routine nella sfera dei pensieri. Si perché... Tempo fa ho letto un articolo che mi ha colpito davvero molto, ovviamente non ne conosco l'attendibilità, ma ripensando alla mia personale esperienza non è molto lontana dalla realtà. L'articolo affermava che di tutti i pensieri che facciamo giornalmente, in media il 95% coincide con i pensieri del giorno prima. Ciò significa che lo spazio per le novità e i pensieri nuovi e/o originali è ridotto davvero al lumicino. La normalità ci spinge a spegnere il cervello, ad attraversare il fiume del tempo trascinati da una corrente della quale ci fidiamo. Ma proprio come un fiume, la routine può inghiottirci nel suo fluire (in quel 95% di pensieri ripetuti), ci può imbrigliare nel suo moto a tal punto che la nostra volontà si spegne, affidando solo allo scorrere dell'acqua il nostro viaggio. Ecco allora che in quei momenti per non rischiare di finire chissà dove dobbiamo renderci conto che noi non abbiamo bisogno solo di routine, di sicurezza, ma abbiamo bisogno anche di imprevisti, di un mondo che non rispecchia la nostra tanto perfetta quanto ideale geometria mentale, di cose che non ricadono nella sfera del nostro controllo. Questo perché la rottura della routine implica una nostra "discesa in campo", una presa di posizione consapevole, in un certo senso, l'applicazione forzata del concetto cartesiano di "cogito ergo sum". Ecco il perché ho deciso di pubblicare questa immagine: una simmetria rotta, un movimento all'interno della stasi, l'irruzione dell'inaspettato in uno schema prevedibile, come promemoria per ricordare di non farsi stordire troppo dalla routine.

Visto che non sono un filosofo e benché non sia un fotografo, credo sia giunto il momento di tornare a parlare di fotografia e chiudere con le riflessioni sconclusionate, dal momento che di gente che parla a vanvera è già pieno il mondo. Un esercizio di tecnica. L'idea di questa fotografia è nata proprio solo come esercizio di tecnica, ma alla fine, aggiusta di qui, sistema di là, modifica questo, modifica quello, unisci il fatto che l'immagine aveva un suo senso di fondo, credo si sia guadagnata "il privilegio" di essere pubblicata sul blog. Prima di tutto volevo valutare le difficoltà a fotografare oggetti molto riflettenti, come appunto questi bicchieri di cristallo. Illuminare una scena del genere utilizzando una finestra, una lampada da scrivania, il lampadario della camera e un paio di teli bianchi non è stato facilissimo, però è stato divertente. In questa situazione si capisce l'utilità della luce morbida e si prende davvero coscienza della temperatura della luce. Dico questo perché la seconda parte dell'esercizio è stato proprio la grossa risistemazione in postproduzione: innanzitutto ho cercato di sistemare l'illuminazione che, considerando i miei mezzi a mia disposizione per dare luce alla scena, non era esattamente perfetta: poca omogeneità e temperatura molto diversa tra il lato destro e quello sinistro dell'immagine. Altro intervento in camera chiara è stato rivolto a togliere tutte le imperfezioni: pulizia del bicchiere e dei bordi, omogeneizzazzione dei tre colori primari (visto che il contenuto dei bicchieri era semplicemente acqua e tempera) e anche dello sfondo. A quel punto mancava solo la terza parte, il tentativo di aggiungere gli schizzi e il liquido entrante nel primo bicchiere, tutto effettuato in camera chiara prelevandolo da un'altra immagine. Non è sicuramente un lavoro serio, ma come primo esperimento sono abbastanza soddisfatto, cin cin!

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